8 September 2008
La diplomazia del football
Posted by Carletko under: Armenia (Հայաստան); News; Türkiye .
Chi segue queste pagine (ahimé un po’ troppo poco aggiornate) conosce del mio interesse per l’Armenia, pur non avendo io alcuna origine armena, cosa che stupì gli stessi armeni che incontrai durante la mia breve permanenza in questo bel Paese lo scorso anno. Forse il fatto di essere nato e cresciuto a due passi da Via San Bartolomeo degli Armeni (dove andai all’asilo) deve avermi in qualche modo inconsciamente condizionato!
Ma non è particolarmente interessante, anzi per nulla, la mia vita privata di fronte alle notizie che arrivano in questi giorni da questa parte del Caucaso (e ci sarebbe da parlare molto anche di quanto sta succedendo a nord dell’Armenia, in Georgia, ma ci tornerò in seguito) dove è in atto la “diplomazia del football”, un nuovo modo per scongelare i difficili rapporti tra Armenia e Turchia.
Ero in vacanza proprio in Turchia lo scorso Agosto, dopo aver visitato l’Armenia un anno prima, e la notizia principale in questo periodo è stato l’invito al presidente turco Abdullah Gül a vedere la partita d’esordio per la qualificazione ai Mondiali del 2010 proprio in quel di Yerevan, Armenia, stadio Hrazdan, a due passi dal grande, e tragico, complesso del museo del genocidio armeno. Già, proprio quel genocidio perpetrato dai “giovani turchi” ai danni degli inermi armeni occidentali all’inizio del 20° secolo e totalmente negato fino ad oggi dai governi di Ankara.

Dal 1993 il confine tra Armenia e Turchia è chiuso, per decisione unilaterale turca, in seguito alla questione, irrisolta, della guerra in Nagorno-Karabakh, che si trova in territorio azero, popolo fraternamente legato alla Turchia. In questi 15 anni nessun ufficiale turco ha mai messo piede in Armenia e la diplomazia tra i due paesi è stata congelata, per lo meno ufficialmente. Il contestato neopresidente Serzh Sargsyan è riuscito però ora nell’impresa di convincere il suo omologo turco a fare un primo passo verso la distensione, in nome del calcio.
L’Armenia ha un disperato bisogno di avere nuove alternative e partner commerciali. Il confine chiuso con la Turchia, ovvero tutto il bordo occidentale del Paese più quello col Nakhichevan (exclave azera) è completamente isolato. A nord c’è il confine con la Georgia, ma la recentissima crisi tra i georgiani e i russi blocca il traffico che dall’amica Russia arrivava a Yerevan. Resta solo il confine meridionale con l’Iran, certo non il partner più affidabile del Mondo e praticamente l’unico rimasto per l’Armenia. Con queste premesse appare palese l’intenzione di Sargsyan di riavvicinarsi al vicino più importante, la Turchia: è prima di tutto una questione di sopravvivenza.
Se l’Armenia ha tutto da guadagnare con la riapertura dei rapporti, e dei confini, con la Turchia (una mera questione economica, innanzi tutto), c’è da capire cosa abbiano da guadagnare i turchi. La Turchia non ha bisogno dell’Armenia, gasdotti ed oleodotti saltano il piccolo stato caucasico (ma passano per la travagliata Georgia) e l’Azerbaijan, che fornisce petrolio e gas ai turchi, già si sta innervosendo alla luce di questo avvicinamento tra Ankara e Yerevan (tra azeri ed armeni permane, ufficialmente, lo stato di guerra).
Dove vogliono arrivare, quindi, Gül ed Erdogan? Ci sono in ballo almeno due questioni: l’ingresso nella UE ed il ruolo di Paese-guida nella zona del Caucaso e Medio Oriente. Tutto questo senza dimenticare che alle spalle della Turchia c’è la presenza più o meno discreta (ma assai influente) degli Stati Uniti. La normalizzazione dei rapporti tra i Paesi di questa tormentata regione è quindi fondamentale per le ambizioni turche. Checché ne pensino a Baku.
Insomma, alla fine si è anche giocato a calcio e la nazionale turca ha vinto 2-0, vendicando la sconfitta della selezione under-21 di un mesetto fa (2-1 per gli armeni a Gyumri). Le differenze sul campo, così come nello scacchiere internazionale, sono troppo grandi a favore degli eredi di Atatürk e i giocatori armeni sono apparsi ancora parecchio indietro di condizione e con scarso affiatamento, un po’ come la classe dirigente di questo piccolo Paese, ancora lontano da una piena democrazia, ma forse finalmente diretto su una strada buona.